Un'analisi lucida e spietata su quello che è stato ed è il mondo del lavoro con l'innegabile e (purtroppo) l'inevitabile difficoltà di avere la giusta collocazione professionale. Dopo aver letto l'articolo de "La Stampa" del 23/02/2006 posso dire di far parte della media nazionale, ma questa volta essere nella norma non mi soddisfa affatto. Quando le aziende torneranno con i piedi per terra e non cercheranno per una posizione non qualificata una laurea in ingegneria nucleare con 110 e lode, master ad Oxford, 10 anni di esperienza e la volontà di non percepire nessuna retribuzione (perchè è un onore e non una fatica lavorare 18 ore al giorno e si vive bene anche di sola aria..) bè forse si potrà finalmente avere qualche chance. Fino ad allora è bene documentarsi e non lasciarsi intimorire dalle avversità.. prima o poi si tornerà alla Ragione.
LA STAMPA
Tre anni non bastano per trovare un lavoro dopo l’università (23/02/2006)
Sempre più istruiti, ma i problemi rimangono. Solo il 54% è occupato a dodici mesi dalla laurea. Master e dottorati per rimandare l’inserimento
Il Consorzio Interuniversitario Almalaurea ha presentato in questi giorni il consueto rapporto annuale, fornendo una fotografia della condizione occupazionale dei laureati negli ultimi cinque anni in 35 delle 45 università che aderiscono al consorzio. Per la prima volta, ci sono anche dati sui neo-laureati di primo livello (laurea breve). Il dato positivo è che mai prima ci sono stati così tanti giovani che completano la formazione universitaria in un paese che presenta tuttora i più bassi dati di istruzione. I giovani italiani si laureano in media più tardi dei loro coetanei europei – attorno ai 27-28 anni. Ciò non avviene perché studiano più a lungo, ma perché ci mettono più tempo a completare il curriculum. Chi decide di proseguire gli studi con un master o un dottorato, lo fa in media all’età in cui i coetanei europei stanno terminando gli studi avanzati ed entrando nel mercato del lavoro.
Solo il 54% circa sia di coloro che hanno ottenuto la vecchia laurea, che di quelli che hanno ottenuto la laurea breve nel 2004, è occupato un anno dopo. Se si escludono coloro che lavoravano già al momento della laurea, il tasso di occupazione a seguito della laurea scende ulteriormente: 33% per i laureati di primo livello, 44% per quelli del vecchio ordinamento. Per altro il "salario di ingresso" è persino diminuito: a un anno dalla laurea guadagnava in media 1.161 euro al mese chi si è laureato nel 2000. Chi si è laureato nel 2004 non spunta più di 997 euro. Guadagnano di più i laureati di primo livello che non proseguono gli studi: 1.153 euro al mese, una cifra che è raggiunta dai laureati di vecchio tipo a tre anni dalla laurea. Ma si tratta per lo più di persone che continuano un lavoro che avevano già e quindi hanno una certa anzianità lavorativa.
Questi dati da soli spiegano molto il ritardo con cui i giovani italiani effettuano anche altre transizioni importanti nella vita adulta: uscire da casa, formarsi una famiglia. Non è ancora chiaro se l’introduzione della laurea breve a regime anticiperà la transizione scuola-lavoro, o la ritarderà per una porzione maggiore di giovani. Tanto più che la quota degli occupati a tre anni dalla laurea è un po’ diminuita. È, inoltre, aumentata la percentuale dei neo-occupati con contratti di lavoro atipico, e anche di quelli senza contratto.
A un anno dalla laurea continua ad essere in cerca di lavoro più di un terzo dei laureati al Sud, a fronte del 16% del Centro-Nord, nonostante i primi esprimano una più elevata disponibilità a trasferirsi per lavoro. Chi ha una laurea di tipo tecnico-scientifico ha chance di essere occupato di circa 10 punti percentuali più alte di chi ha una laurea di tipo umanistico e sociale. Gli uomini, a parità di tipo di laurea, hanno più opportunità di essere occupati delle donne, di essere occupati in modo stabile e di passare da un contratto di lavoro atipico ad uno stabile. Gli uomini, infine, hanno più possibilità di essere collocati in posizione professionale alta e guadagnano di più.
Le differenze di reddito sono sorprendentemente più elevate – tra il 15% e il 23% - nelle lauree in cui la presenza di donne è più alta e in alcuni casi superiore a quella degli uomini. In generale, se le donne fanno una scelta non tradizionale migliorano le chance di occupazione e di reddito rispetto a quelle che invece stanno nei percorsi tradizionali. Il mercato del lavoro italiano, pur soffrendo per il basso livello complessivo delle qualificazioni della sua forza lavoro, non è in grado di assorbire e riconoscere adeguatamente chi investe in formazione
MihoZoe- riflettiamo gente, riflettiamo.. come si è riusciti ad arrivare fino a questo punto?-